La fisioterapista doveva curarmi ma mi ha sfondato

La Caviglia Rotta

Ti rompi la caviglia scendendo le scale del palazzo con troppa fretta, un venerdì di ottobre, e dopo il gesso il medico ti prescrive un ciclo di fisioterapia a domicilio perché per le prime settimane fai fatica anche solo a raggiungere l’ascensore. L’agenzia ti manda Chiara, trentatré anni, dieci più di te, capelli castani legati in una coda pratica, fisico asciutto da chi lavora tutto il giorno in piedi. Arriva con una borsa attrezzata e un modo di fare diretto che ti mette subito a tuo agio.

La prima seduta dura quaranta minuti sul divano del salotto, lei seduta su uno sgabello basso che si è portata da sola, le mani ferme e competenti sulla tua caviglia gonfia. Ti spiega ogni movimento prima di farlo, ti chiede se fa male, corregge la pressione quando fai una smorfia. Non c’è niente di strano, è solo una professionista che fa il suo lavoro, ma resti colpito da quanto sia diretta e da come ride facilmente alle tue battute nervose sul dolore.


Due Volte a Settimana

Le sedute diventano un appuntamento fisso, martedì e venerdì pomeriggio, per quasi due mesi. Con le settimane il gesso lascia il posto a un tutore, poi solo a bende elastiche, e gli esercizi risalgono dalla caviglia al polpaccio, dal polpaccio alla coscia. Chiara ti chiede di sdraiarti sul divano a pancia in giù per lavorare i muscoli della gamba tesi dal modo scorretto in cui hai camminato per settimane, e le sue mani salgono sempre un po’ più in alto a ogni seduta.

Parlate di tutto mentre lavora: del suo lavoro tra dieci pazienti diversi a settimana, di un matrimonio finito tre anni prima di cui parla senza drammi, della tua vita da studente fuori sede che improvvisamente si è fermata per colpa di uno scalino. Lei ha un modo di scherzare sul tuo corpo, “hai i muscoli di un ragazzino pigro”, che ti fa ridere e allo stesso tempo ti mette addosso una strana tensione, come se dietro la battuta ci fosse un’osservazione più attenta di quanto ammetta.


Le Mani Che Salgono

A metà novembre inizia a lavorarti anche i glutei e la parte bassa della schiena, dice che il bacino si è disallineato per come hai scaricato il peso sull’altra gamba per settimane. Ti fa sdraiare sul letto invece che sul divano, più comodo per certi movimenti, e le sue mani ti impastano i muscoli con una forza decisa che a tratti fa male e a tratti, senza che tu voglia ammetterlo, ti piace in un modo che non ha niente a che fare con la terapia.

Una sera di fine novembre, verso le sette, mentre lavora sulla coscia interna vicino all’inguine per sciogliere una contrattura, la sua mano si ferma un secondo di troppo, e quando alzi lo sguardo la trovi che ti fissa invece di guardare il muscolo che sta trattando. “Scusa”, dice, e torna a lavorare, ma il resto della seduta procede in un silenzio diverso da quello delle altre volte, carico di qualcosa che nessuno dei due nomina.


L’Ultima Seduta

Arriva dicembre e con lui l’ultima seduta prevista dal piano terapeutico: la caviglia è guarita, cammini quasi normalmente, e Chiara te lo dice con un misto di soddisfazione professionale e qualcos’altro che non riesci a decifrare. “Oggi facciamo solo un controllo finale,” ti dice, e invece dei soliti quaranta minuti si ferma un’ora intera, a impastarti gambe e schiena con calma, senza fretta, come se cercasse un pretesto per restare più a lungo del necessario.

Quando finisce, invece di rimettere gli attrezzi nella borsa come sempre, resta seduta sul bordo del letto a guardarti. “Ti devo confessare una cosa”, dice, “da un paio di settimane le nostre sedute non sono più solo lavoro per me.” Ti alzi sui gomiti a guardarla, il cuore che accelera più di quanto abbia fatto in due mesi di terapia. “Anche per me”, le rispondi, e la vedi sorridere in un modo che non hai mai visto in nessuna delle sedute precedenti.


Il Tocco Diverso

Chiara si avvicina e ti appoggia una mano sul petto, questa volta senza nessuna finalità terapeutica, solo per sentirti il cuore che batte forte. Si china e ti bacia, un bacio lento che non ha niente della professionalità di due mesi di visite. Le rispondi subito, una mano tra i suoi capelli sciolti dalla solita coda, e lei si stacca solo per toglierti la maglietta con un movimento rapido, come se avesse aspettato questo momento da settimane.

Ti sfila i pantaloni della tuta che indossi da quando sei convalescente, e trovandoti già duro sotto i boxer ride piano. “Anche questo lo curo io,” dice, e comincia a baciarti il collo, il petto, scendendo lentamente lungo l’addome mentre le sue mani, le stesse che ti hanno massaggiato per settimane con precisione clinica, ora si muovono con un’urgenza completamente diversa. Ti toglie i boxer e ti prende in bocca senza nessuna esitazione, come se anche questo fosse un gesto già pianificato da tempo.


Curo Anche Questo

Ti succhia con lentezza calcolata, alternando la mano alla bocca, guardandoti ogni tanto con gli occhi socchiusi per controllare il tuo respiro, esattamente come faceva durante gli esercizi. Sei ancora indolenzito dalla caviglia, ma il resto del corpo risponde benissimo. Le tieni i capelli con una mano mentre con l’altra ti aggrappi al lenzuolo, e quando senti che stai per venire glielo dici. Lei rallenta, ma non si ferma del tutto, portandoti fino al limite prima di risalire con un ultimo bacio sulla punta.

Si spoglia in fretta, senza nessuna timidezza, il corpo asciutto e tonico che hai intuito per settimane sotto la divisa da lavoro. Sale su di te a cavalcioni, attenta a non appoggiarsi male sulla gamba che ha curato per due mesi, e si guida dentro con una mano, scendendo lenta finché non ti sente tutto dentro di lei. “Piano,” ti dice con un sorriso, “sono io l’esperta di riabilitazione qui,” e comincia a muoversi con un ritmo lento e controllato che ti fa impazzire.


Il Ritmo Giusto

Accelera piano piano, le mani appoggiate sul tuo petto, gli occhi chiusi e la testa buttata all’indietro mentre si muove su di te. Le tocchi il seno, i capezzoli già duri sotto le dita, e lei geme più forte spingendo il bacino con più decisione. La giri con cautela, attento alla tua gamba ancora debole, e la stendi sul letto per prendere il controllo. Entri di nuovo lentamente, poi con colpi via via più decisi mentre lei ti si aggrappa alla schiena con le unghie.

“Di più,” ti dice, “non mi romperò come la tua caviglia,” e ridi contro il suo collo mentre acceleri il ritmo. Lei alza le gambe intorno ai tuoi fianchi per farti entrare più a fondo, i gemiti che diventano sempre più alti e meno controllati, fino a che non viene stringendoti dentro di sé con contrazioni che ti fanno perdere quasi subito il controllo. Ti sfili appena in tempo e vieni sul suo ventre, il fiato corto, appoggiato su un gomito accanto a lei.


Dopo la terapia

Restate stesi sul letto disfatto, lei che ti passa distrattamente un dito sulla caviglia guarita, quasi per abitudine professionale. “Devo dirti la verità,” ti dice dopo un po’, “questa non era prevista nel piano terapeutico.” Ridi, e lei ride con te, appoggiando la testa sul tuo petto. Ti chiede come va la gamba, seriamente, e tu le rispondi che non hai mai sentito così poco dolore in vita tua.

Si alza per rivestirsi, raccogliendo con ordine gli strumenti che ha portato per la seduta e che non ha mai tirato fuori dalla borsa. Prima di andare via ti bacia ancora, più lungo del solito, e ti dice che il piano terapeutico ufficiale è chiuso, ma che se un giorno dovessi avere di nuovo qualche dolore muscolare sa dove trovarti. Chiude la porta alle sue spalle, e resti lì, sul letto, a chiederti se stia parlando di una battuta o di una promessa vera.

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