Il terzo incomodo ero io, poi è finita a pecora sul sedile

Il Terzo Incomodo

Doveva essere un viaggio in cinque verso le isole croate. All’ultimo una coppia molla per motivi loro, e restiamo in tre: io, Vale e Diego, amico di entrambi. Partiamo comunque con la mia auto, macchina piena, playlist assurda, l’idea di fermarci in ogni posto che valga la pena lungo la costa. Vale ha ventisette anni, un anno più di me, capelli castani mossi, corpo snello, un bel paio di tette e un culo tondo che noto ogni volta che sale in macchina davanti a me.

Tra noi tre l’intesa è buona, si ride, si scherza, ma sento benissimo che sia io che Diego stiamo giocando la stessa partita senza dirlo. Nessuno dei due tira fuori il discorso, ma è nell’aria ogni volta che Vale ride a una battuta e guarda uno di noi due un po’ più a lungo del necessario. I primi giorni passano tra spiagge e flirt leggeri, niente di più, fino alla notte in cui restiamo senza stanze.


Letto A Tre

Un paesino di confine, tardi, stanchi, un solo hotel aperto e una sola stanza libera: letto matrimoniale, niente altro. Nessuno ha voglia di cercare alternative alle dieci di sera, così prendiamo la stanza. Doccia, qualcosa da mangiare al volo, e ci si butta tutti e tre a letto: io e Diego ai lati, Vale in mezzo. Nessuno lo dice ad alta voce ma tutti e due, io e lui, siamo pronti a cogliere qualsiasi occasione, consapevoli che l’altro sta facendo lo stesso calcolo.

Vale si addormenta prima di noi, dandomi la schiena. Mi avvicino piano, il mio corpo contro il suo, il cazzo contro il suo culo. In pochi minuti sono duro. Lei se ne accorge, non dorme affatto, e comincia a strusciarsi contro di me piano, lenta, senza dire niente. Buio totale, silenzio, e Diego a un metro da noi che ci impedisce di fare altro. Ci addormentiamo così, incollati, e per me è già una vittoria.


La Festa Finisce Male

Il giorno dopo tutto torna normale, come se niente fosse successo: colazione, mare, un ristorante sulla costa. La sera scopriamo una festa di paese e ci andiamo tutti e tre. Parte bene, si beve, si balla, finché Vale e Diego non litigano per una cazzata che degenera in fretta. Si separano bruscamente e io mi trovo a dover scegliere chi seguire. Diego è alterato, sbraita, non è il tipo che vuoi vicino quando è così. Seguo Vale, decisione facile.

Camminiamo un po’, le propongo di salire in macchina e andare a cercare qualcosa da mangiare, tanto per farla scendere di giri. Sono ormai le cinque del mattino, i locali sono tutti chiusi, ma il cielo comincia già a schiarire. Ci fermiamo in una strada secondaria, macchina parcheggiata sotto due alberi, e restiamo lì a chiacchierare per farci passare l’adrenalina della serata.


Camicia Aperta

È piena estate, e anche all’alba fa un caldo assurdo. Mi sbottono la camicia fino in fondo, lei si toglie la maglietta e resta in reggiseno, sudata, i capelli attaccati al collo. La guardo e mi si accende qualcosa in testa che non ha niente a che fare con la fame. Lei nota che le guardo l’addome, allunga un dito e mi traccia una riga lungo i muscoli, fino a sotto l’ombelico, ridendo soddisfatta di sé stessa.

Le chiedo, tanto per buttare l’amo, se posso togliermi i jeans corti e mettere il costume, giusto per stare più comodo. Scusa scema e lo sappiamo entrambi. “Per me puoi anche restare in mutande, non mi crea nessun problema”, dice lei, e io mi tolgo i pantaloni senza nascondere quanto sono già duro. Lei lo nota, ride e mi dice di togliermi anche le mutande. Lo tiro fuori. Eretto, pronto.


Secco Ci Penso Io

Si avvicina e con l’indice comincia a tracciare una linea dalla punta fino alla base. “Che secco che è, forse posso darti una mano”, dice, e si china subito dopo a prenderlo in bocca, segando e succhiando insieme, con un entusiasmo che non mi aspettavo. Le piace, si vede. Con l’altra mano intanto si tocca, senza nasconderlo. Mezzo scherzando le chiedo se vuole che ricambi il favore. Non se lo fa ripetere.

Si sfila i pantaloncini e le mutandine minuscole in un secondo. Abbasso il sedile, mi inginocchio tra i suoi piedi e comincio a leccarla lentamente, delicatamente, aumentando il ritmo mano a mano che geme più forte. Le infilo dentro un dito, poi un secondo. Le sta piacendo da matti. “Vuoi che ne metta un terzo?” le chiedo ridendo, riferendomi alle dita. “Infilaci il cazzo piuttosto,” risponde lei, secca.


Infilaci Il Cazzo

Non me lo faccio dire due volte. La sposto più indietro sul sedile, mi alzo e la penetro, in piedi mezzo piegato dentro l’abitacolo. È stretta, calda, entrambi grondiamo di sudore, e il caldo rende tutto più sporco, più reale. Mentre la scopo le prendo il seno in bocca, mordicchiando i capezzoli, e lei geme senza controllarsi troppo nonostante i finestrini socchiusi e la strada a due passi.

Con una manovra da contorsionisti ci spostiamo sui sedili dietro. Lei si mette subito a novanta gradi, chiara su cosa vuole. La prendo per i fianchi e la scopo da dietro, sempre più forte, il rumore secco della pelle che sbatte che riempie la macchina. Fa un caldo insopportabile e ci fermiamo un attimo per riprendere fiato, entrambi fradici, il vetro appannato sopra di noi.


Piedi Sudati

Mi faccio sedere, lei si gira con la schiena contro il finestrino. “Voglio vedere se ti piace,” dice, e non capisco a cosa si riferisca finché non mi afferra il cazzo con i piedi, piccoli, un trentasette scarso, e comincia a segarmelo così, ridendo, mettendomi ogni tanto un piede sudato sulla faccia apposta per vedere come reagisco. Mi piace, e lei lo capisce al volo dal modo in cui le lecco le dita senza farmelo chiedere.

Si stufa presto del gioco e risale su di me a cavalcioni, riprendendo a muoversi decisa. Andiamo avanti così finché non viene, stringendosi intorno a me con un gemito lungo. Sento che sto per venire anch’io e glielo dico senza vergogna. Scende subito con la bocca e mi finisce lì, succhiando fino all’ultimo, ingoiando tutto mentre io mi lascio andare con un gemito che non trattengo.


Come Se Niente Fosse

Ci fumiamo una sigaretta fuori dalla macchina, appoggiati al cofano ancora caldo, il sole ormai alto sopra i tetti del paese. Nessuno dei due dice granché, solo qualche battuta, un paio di sguardi che dicono più delle parole. Ci rivestiamo e torniamo a piedi verso il centro a cercare Diego, che troviamo seduto su una panchina, ancora imbronciato ma già calmo.

Fanno pace in dieci minuti, come succede sempre tra amici dopo una sbronza, e la vacanza riparte come se la notte non fosse successa. Ma quella sera stessa, mentre carico le borse nel bagagliaio, Vale mi passa vicino e mi sussurra, senza che Diego senta, che la prossima città con un solo letto disponibile la vuole prenotare lei di persona.

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