L’Amore Virtuale
Ho ventidue anni e sono gay. Qualche esperienza con i miei coetanei l’ho avuta, ma non mi è mai bastata: forse per la mancanza di mio padre, ho sempre cercato un uomo molto più grande, uno che sapesse cosa fare senza che glielo dovessi spiegare. Vivo in un paese della Bassa Padana, tutto capannoni, magazzini e rotonde, e su un sito di incontri conosco Dragan. Ha quarantasei anni, fa il camionista, è di origini serbe ma parla e scrive un italiano migliore del mio.
Per un paio di mesi il nostro resta un amore virtuale. Messaggi la sera tardi, foto, chiamate quando lui è fermo in area di servizio. Mi racconta cosa mi farebbe, e io ci credo a metà, perché sullo schermo sono tutti dei fenomeni. Poi un giovedì mi scrive che deve consegnare in un centro logistico a una decina di chilometri da casa mia, e che resterà fermo tutta la notte nel piazzale. “Vieni,” mi dice. Racconto ai miei che dormo da un amico, e con il cuore in gola vado finalmente a conoscerlo.
Il Piazzale
Arrivo verso le 22:00 con la mia auto. Il piazzale è quello di un grande deposito merci, quasi vuoto a quell’ora, due fari alti accesi e il suo autoarticolato parcheggiato di traverso in fondo, vicino alla recinzione. Dragan scende dalla cabina appena mi vede. È il classico camionista: alto un metro e sessantotto, spalle larghe, un po’ di pancia, pelle scura, mani enormi e callose. Lo saluto timidamente, quasi non mi esce la voce. Lui si lecca le labbra, perché modestamente sono un bel ragazzo biondo, alto un metro e ottantadue, magrissimo, occhi verdi.
Dragan mi osserva per bene, dall’alto in basso, senza nessuna fretta. Gli propongo di andare a bere qualcosa con la mia auto, un bar aperto, due chiacchiere. Mi risponde che non può lasciare il mezzo incustodito con il carico dentro. Poi apre la portiera dal lato passeggero e mi fa cenno di salire. “Vieni su, si sta meglio qui.” Salgo i tre gradini con le gambe che tremano, e lui mi dice subito di togliermi le scarpe.
La Cabina
Ed ecco il suo mondo. Una cabina profumata e in ordine, tendine scure ai vetri, un letto comodo dietro i sedili con una coperta piegata bene sopra. Ci sediamo, lui appoggiato al volante, io sul sedile girato verso di lui. Dragan apre il frigo sotto la cuccetta e tira fuori due birre. Io sono astemio, ma la accetto lo stesso, perché mi serve qualcosa da tenere in mano. La lattina è gelata e faccio fatica a berla.
Parliamo, parliamo per almeno un’ora. Del suo lavoro, delle notti passate nei piazzali, del suo paese lontano. Ho come l’impressione che tutta la sua foga virtuale, tutta la voglia di scoparmi che mi aveva scritto per settimane, sia svanita di colpo adesso che mi ha davanti in carne e ossa. Mi secco la birra in due sorsate lunghe, la infilo nel portabottiglie, lo guardo fisso e glielo chiedo diretto: “Quindi? Vuoi compagnia stanotte?”
Il Primo Contatto
Dragan mi abbraccia e mi bacia in testa, tra i capelli. Ecco, penso, non gli piaccio, mi sta trattando come un nipote. Non faccio in tempo a finire il pensiero che la sua mano scende e mi tocca il pacco, stringe piano sopra i jeans. Mi sfila la maglietta con un movimento solo e mi fa cenno di togliermi i pantaloni. Lo fa anche lui, in piedi curvo nella cabina bassa, e mi mostra un corpo tozzo e tutto tatuato, spalle larghe, pancia dura.
Restiamo in boxer, uno di fronte all’altro, nello spazio stretto tra i sedili e il letto. Dragan si sdraia sulla cuccetta e si tocca il pacco sopra la stoffa, guardandomi. È il mio turno. Mi inginocchio sul bordo del materasso e comincio a baciargli i boxer neri, elastico largo, cercando il suo odore di maschio sotto il cotone. Sento il suo cazzo prendere forma contro le mie labbra, gonfiarsi piano fino a tendere la stoffa.
Due Dita
Infilo la mano dentro l’elastico ed eccolo: il cazzo peloso, corto ma tozzo, con una bella cappella viola già scoperta. Dragan allunga un braccio verso un cassetto e mi lancia un preservativo sul petto. Comincio a baciargli l’asta e le palle, glielo sego piano con la mano mentre lo tengo in bocca. È saporito, caldo, mi piace tenerlo lì. Lui intanto non perde tempo: spreme del gel lubrificante da un tubetto e se ne mette una manciata su due dita.
La sua mano scende dentro ai miei boxer, mi allarga le chiappe e senza esitare comincia a penetrarmi con un dito. Entra con metà indice e si muove subito avanti e indietro, mi sta letteralmente scopando con la mano. Provo a dirgli di andarci più piano, la voce mi esce strozzata con il suo cazzo in bocca, ed ecco che mi spinge dentro il secondo dito. È la prima volta che mi sditalano il culo con due dita insieme, e brucia da matti.
Ha Fretta
Dragan ha fretta. Lo sento dal modo in cui muove il bacino, dal cazzo impaziente che mi picchia contro la guancia ogni volta che mi stacco per respirare. “Vuoi sborrare tanto, eh?” gli chiedo massaggiandogli le palle piene, tirandole piano verso il basso. Lui annuisce e basta, non parla, prende il preservativo che mi aveva lanciato, lo apre con i denti e se lo srotola addosso in fretta.
Mi spinge a novanta sulla cuccetta, la faccia contro la coperta piegata, il culo verso di lui. Con la stessa delicatezza che ha usato con il dito, si fa per dire, mi entra dentro con il cazzo in una spinta sola. Nella cabina si sentono solo i nostri gemiti e il rumore osceno del gel lubrificante che mi esce dal culo a ogni colpo. Me lo sento entrare tutto: per fortuna non è lungo, ma è abbastanza tozzo da farmi male a tratti.
In Bocca
Va avanti così qualche minuto, tenendomi per i fianchi con quelle mani enormi, spingendo veloce senza mai cambiare ritmo. Poi si ferma di colpo. “Vuoi in bocca?” mi chiede. Di già, penso. Mi sfilo da sotto di lui, si toglie il preservativo e lo lascia cadere sul pavimento della cabina. Mi siedo sul bordo del letto, davanti al suo cazzo. Quella cappella rossa adesso sembra ancora più grossa, gonfia, tirata.
Lo prendo in bocca e dopo pochi secondi sento la sua colata calda sulla lingua. Non ha schizzato, non un getto: è tutto sperma denso, spesso, che cola. Me lo tiro fuori dalla bocca e glielo mostro sulla lingua, tutto quel bianco raccolto, prima di deglutire davanti a lui. Dragan prende dei fazzolettini di carta da una scatola sul cruscotto e si pulisce. Io ho ancora il cazzo durissimo in canna, che chiede di venire, ma lui si sta già rivestendo.
Dietro al Rimorchio
“Non vuoi giocare ancora un po’?” gli chiedo, e gli faccio notare che sono ancora tirato. Dragan si avvicina al vetro, scosta la tendina con un dito e guarda fuori nel piazzale. Si gira verso di me e mi chiede: “Ti va di scendere a prendere aria?” Mi metto solo i pantaloncini della tuta, infilo le scarpe senza allacciarle, e scendo con lui. È da poco passata l’una. Andiamo dietro al rimorchio, verso la recinzione, dove i fari alti non arrivano.
Mi inginocchio sull’asfalto, tiro fuori il cazzo e ricomincio a segarmi. Lui si tira fuori il suo davanti alla mia faccia: anche floscio ha una cappella notevole. Me lo avvicina alla bocca e comincia, prima con qualche goccia calda sulle labbra, poi con uno scroscio lungo e continuo, a pisciarmi addosso: bocca, mento, petto, i pantaloncini della tuta. Quando sento la sua piscia calda colarmi sul cazzo mentre me lo sego, vengo anch’io, sull’asfalto, con un gemito che mi esce dalla gola.
Il Silenzio
Dragan se lo scrolla, se lo rimette nei pantaloni. Mi dà una pacca sulla spalla, mi dice “ci sentiamo” e risale in cabina. Mi lascia lì così, inginocchiato dietro al camion all’una passata, bagnato della sua piscia dalla faccia alla tuta, con l’odore addosso. Resto un minuto a fissare le luci rosse dei suoi fanali di posizione, poi mi tiro su.
Salgo in macchina con la vergogna addosso e i vetri che si appannano. Guido i pochi chilometri fino a casa, entro in silenzio, vado dritto in bagno e mi faccio una doccia lunghissima, al buio, finché l’acqua non diventa fredda. Il telefono resta muto. Dragan non mi risponde più: un giorno, tre giorni, una settimana. Un mese intero senza una riga. Poi, una sera verso le 23:00, lo schermo si illumina. È lui.






