22:40 — Va Via Tutto
È mercoledì sera e stai finendo di lavare i piatti quando alle 22:40 salta la corrente in tutto il palazzo. Prima il frigo che si zittisce, poi il buio pieno, quello vero, senza nemmeno il lampione di fronte perché è andata via mezza via. Resti fermo dieci secondi con le mani bagnate, poi accendi la torcia del telefono e apri la porta di casa per capire se sei solo tu. Sul pianerottolo c’è già la luce di un altro telefono che sale dal basso, e una voce di donna che bestemmia piano contro un gradino.
È Ilaria, quarto piano, quella che incroci ogni mattina alle 7:50 davanti alle cassette della posta e a cui dici sempre le stesse quattro parole. Ha trentotto anni, i capelli raccolti male, una canottiera grigia e dei pantaloncini corti che a quest’ora non sono pensati per essere visti da nessuno. Ti guarda dal basso con la torcia puntata verso il soffitto e ti dice che l’ascensore si è fermato tra il primo e il secondo, che lei era appena scesa a buttare la spazzatura e che adesso le tocca fare quattro piani a piedi al buio, con le ciabatte sbagliate.
22:47 — Il Secondo Piano
Le dici di aspettare, prendi la torcia vera dal cassetto, quella con la batteria seria, e scendi a prenderla. Alle 22:47 siete tutti e due sul secondo piano e lei ti tiene la manica della maglietta con due dita, perché la tromba delle scale senza luce disorienta più di quanto immagini. Sale un gradino alla volta appoggiandosi alla ringhiera e ogni tanto ride nervosa, e tu sei un passo dietro di lei con la torcia bassa, e la torcia bassa illumina esattamente quello che non dovresti guardare.
Al terzo piano si ferma per riprendere fiato e si gira verso di te, e per la prima volta in tre anni vi trovate a venti centimetri di distanza senza nessuno intorno. Sudate tutti e due, perché è agosto e senza corrente non c’è nemmeno un ventilatore in tutto lo stabile. Lei dice che le manca il respiro, tu dici che è il caldo, e nessuno dei due crede a quello che sta dicendo. Restate fermi tre secondi di troppo, quei tre secondi che di solito non ci sono.
22:53 — La Porta del Quarto
Arrivate al quarto piano alle 22:53 e Ilaria fruga nella tasca dei pantaloncini per prendere le chiavi. Apre, entra, e invece di salutarti lascia la porta spalancata e dice che dentro fa ancora più caldo che sulle scale. Ti chiede se hai voglia di una birra tiepida, visto che tanto il frigo è morto e domani è tutta roba da buttare. Entri. La porta si chiude alle tue spalle e il rumore è più forte di quanto dovrebbe essere in un appartamento senza corrente.
Appoggi la torcia sul tavolo puntata verso il muro, così la stanza si riempie di quella luce indiretta che rende tutto più lento. Lei apre due bottiglie, ti passa la tua, e beve in piedi appoggiata al bancone della cucina con la testa buttata indietro. Vedi il sudore che le scende dal collo e le sparisce sotto la canottiera, e lei si accorge che stai guardando e non si copre. Posa la bottiglia. Dice: “Non ti muovi da un’ora e mi guardi come se stessi decidendo qualcosa.”
23:05 — Chi Si Muove Prima
Alle 23:05 decidi. Le togli la bottiglia di mano, le metti la mano dietro il collo e la baci, e lei ti risponde subito, con la lingua, mordendoti il labbro inferiore come se aspettasse quel momento da parecchi mesi di pianerottolo. Le tiri giù la canottiera con una mano sola e le tette escono fuori piene, calde, i capezzoli già duri nonostante il caldo. Le prendi in bocca una alla volta mentre lei ti apre i pantaloni e ti tira fuori il cazzo già durissimo, stringendolo forte, senza delicatezza.
Ti spinge indietro contro il tavolo e si abbassa in ginocchio sul pavimento della cucina. Te lo prende in bocca tutto in una volta, fino in fondo, e ti guarda dal basso mentre lo fa, e questo ti fa quasi venire subito. Le tieni i capelli con una mano, la lasci fare il ritmo che vuole, e lei si stacca solo per dire che pensa a questa scena ogni volta che ti incrocia davanti alle cassette. Poi torna giù e non parla più per due minuti buoni.
23:14 — Sul Tavolo della Cucina
La fai alzare, le strappi i pantaloncini giù insieme alle mutandine e la giri contro il tavolo. È bagnata fradicia, lo senti appena la tocchi, e quando le infili due dita geme così forte che ti ricordi tutti e due nello stesso istante che il palazzo è pieno di gente sveglia e senza televisione. Le metti l’altra mano sulla bocca. La penetri da dietro in un colpo solo, profondo, e lei morde il palmo della tua mano per non urlare, spingendo il culo indietro per prendertelo tutto.
Vai avanti così per minuti interi, colpi lunghi e lenti che diventano corti e veloci, il tavolo che sbatte contro il muro e voi due che ridete a denti stretti ogni volta che sbatte. Lei ti dice di non fermarti, poi ti dice di fermarti, poi ti dice di girarla. La sollevi, la metti a sedere sul tavolo con le gambe aperte e la riprendi di fronte, guardandola in faccia mentre le tieni le cosce spalancate con le mani. Il sudore vi cola addosso a tutti e due e nessuno dei due se ne lamenta.
23:31 — Sul Pavimento
Alle 23:31 finite per terra, sulle piastrelle, che sono l’unica cosa fresca rimasta in tutto l’appartamento. Lei ti spinge sulla schiena, ti sale sopra e comincia a cavalcarti con le mani appoggiate sul tuo petto, andando su e giù col suo ritmo, prendendoselo tutto fino in fondo a ogni discesa. Le tieni i fianchi, la guardi da sotto, le tette che si muovono a ogni colpo, la bocca aperta, gli occhi chiusi. Non dice più niente di sensato, solo suoni.
Viene per prima, stringendoti dentro così forte che devi fermarla per non venire immediatamente anche tu. Resta ferma dieci secondi con la fronte appoggiata sulla tua spalla, respirando come se avesse fatto quei quattro piani altre dieci volte. Poi scende, si mette sulle ginocchia accanto a te e ti finisce con la mano e la bocca, e tu vieni con un gemito che ti esce dalla gola prima che tu possa deciderlo. Restate distesi sulle piastrelle senza parlare per due minuti pieni.
23:52 — Torna la Luce
La corrente torna alle 23:52. Si accende il lampadario della cucina, si accende il frigo, si accende il forno che comincia a lampeggiare 00:00, e voi due siete per terra nudi, sudati, illuminati a giorno da una lampadina che venti minuti fa non esisteva. Vi guardate. Lei ride per prima, si tira su, spegne la luce con la mano aperta sull’interruttore e la stanza torna nel buio di prima, e nessuno dei due dice niente per un po’.
Ti rivesti alle 00:10. Lei ti accompagna alla porta con la canottiera messa al contrario e ti dice solo “domani mattina, cassette della posta, alle 7:50”, con un tono che non capisci se sia una minaccia o un appuntamento. Scendi i tre piani con la luce delle scale che adesso funziona benissimo e ti sembra tutto più piccolo di com’era un’ora fa. La mattina dopo alle 7:50 sei davanti alle cassette, puntuale. Lei arriva alle 7:52. E non è sola.






