Il Primo Guasto
La tua utilitaria si pianta in tangenziale un lunedì mattina di marzo, la spia del motore accesa e un rumore metallico che non ti piace per niente. Il carro attrezzi ti porta alla prima officina disponibile, un capannone alla periferia della città con l’insegna scolorita, ed è lì che conosci Marco, il meccanico titolare, trentotto anni, sette più di te, tuta blu sporca di grasso e un modo di parlare diretto che ti spiega il problema senza fare la solita voce da chi vuole spillarti soldi.
Ti dice che serve un pezzo che arriverà il giorno dopo, ti offre un caffè dalla macchinetta scassata dell’ufficio e nel frattempo ti chiama un taxi. Prima che tu esca, ti chiede il numero per avvisarti appena l’auto è pronta, e te lo chiede guardandoti dritto negli occhi con un sorriso che non è solo professionale. Gli dai il numero pensando che sia normale prassi, ma quando ti scrive quella sera per aggiornarti sul pezzo, alle nove passate, capisci che forse non è solo lavoro.
Il Secondo Guasto
Ritiri l’auto due giorni dopo, tutto sistemato, e per tre settimane non hai motivo di tornare in quel capannone. Poi, un venerdì di aprile, la stessa spia si riaccende, questo problema diverso dal primo ma Marco ti dice al telefono che potrebbe essere collegato. Questa volta ci vai tu direttamente, senza carro attrezzi, l’auto che tira ancora abbastanza da portarti fino all’officina. Lo trovi sotto un altro mezzo sollevato, e quando esce da sotto e ti vede si pulisce le mani su uno straccio prima di stringerti la mano.
Ti fa aspettare nel piccolo ufficio mentre controlla il motore, e torna ogni tanto a spiegarti cosa sta facendo, mostrandoti pezzi che a te non dicono niente ma che ti fanno piacere lo stesso perché è un pretesto per restare vicini, chini sullo stesso cofano. Quando l’auto è pronta ti chiede se hai già cenato, sono le sette passate. Gli dici di no, e lui ti propone una pizza al volo nel locale di fronte, “tanto il conto dell’officina te lo faccio comunque,” dice ridendo.
La Pizza di Fronte
Accetti, un po’ sorpresa di te stessa, e passate un’ora seduti a un tavolino a parlare di tutto tranne che di motori. Ti racconta di come ha rilevato l’officina dal padre dieci anni prima, di un matrimonio finito senza troppi drammi, di quanto gli piaccia il suo lavoro anche se sporco e faticoso. Tu gli racconti la tua vita da libera professionista, gli orari sballati, la fatica di trovare qualcuno che non si stanchi subito delle tue giornate imprevedibili.
Ridete spesso, e a un certo punto lui allunga una mano sul tavolo, vicino alla tua, senza toccarla ma abbastanza vicino da farti sentire il calore. “Scusa se te lo dico,” ti dice, “ma da quando sei entrata la prima volta in officina spero sempre che la tua macchina si rompa di nuovo.” Ridi, imbarazzata, e gli rispondi che forse dovrebbe cambiare mestiere se le sue clienti gli fanno questo effetto. Lui ride ancora, ma non ritira la mano.
Il Terzo Guasto
Passano altre due settimane, e questa volta il guasto è reale ma minore, un rumore alla frizione che potresti far controllare in un secondo momento. Ci vai lo stesso, un sabato mattina di maggio, con la scusa perfetta e la consapevolezza, non troppo nascosta neanche a te stessa, che quella scusa la stai cercando apposta. Marco ti accoglie con un sorriso che dice che ha capito benissimo il motivo della tua visita, ma sta al gioco, controllando la frizione con cura eccessiva per un problema così piccolo.
L’officina è vuota, sabato mattina tardi, gli altri meccanici già andati via per il weekend. Ti fa vedere il problema sotto l’auto sollevata, ti spiega, e mentre parla ti rendi conto che è più vicino del necessario, il suo braccio che sfiora il tuo mentre indica un punto del motore. Alzi lo sguardo verso di lui e lo trovi che ti sta già guardando, non il motore. “Ho finito di controllare,” dice piano, “ma non ho nessuna fretta di farti andare via.”
Nell’Ufficio
Ti prende per mano e ti porta nel piccolo ufficio con la scrivania ingombra di fatture e la macchinetta del caffè scassata. Chiude la porta a vetri smerigliati e ti bacia senza altre premesse, un bacio che sa di caffè e di qualcosa di più urgente delle tre settimane di sguardi e battute. Rispondi subito, le mani che gli stringono la tuta blu ancora aperta sul petto, e lui ti solleva a sedere sulla scrivania spingendo via con un braccio le fatture, che cadono a terra senza che nessuno dei due se ne preoccupi.
Ti sfila la maglietta con un gesto rapido, il reggiseno subito dopo, e ti prende un seno in bocca mentre con una mano ti risale lungo la coscia sotto la gonna leggera che hai scelto apposta quella mattina. Trova gli slip già bagnati e sorride contro la tua pelle. “Sapevo che venivi apposta,” ti dice, e infila due dita di lato allo slip, muovendole piano mentre ti bacia il collo con la barba di qualche giorno che ti gratta piacevolmente la pelle.
Sulla Scrivania
Ti alzi quel tanto che basta per farti sfilare gli slip, e lui si inginocchia davanti alla scrivania, aprendoti le gambe con decisione. Ti lecca lento all’inizio, poi più veloce quando i tuoi gemiti riempiono il piccolo ufficio, le mani che gli affondi tra i capelli corti per tenerlo dove ti piace di più. Vieni con un orgasmo rapido e intenso, le gambe che gli si stringono intorno alla testa, e lui non si ferma subito, continuando a leccarti piano finché non lo allontani, troppo sensibile per continuare.
Si rialza e si sfila la tuta fino ai fianchi, il cazzo già duro che esce dai boxer quando glieli abbassi tu stessa, curiosa e impaziente. Lo prendi in mano un momento, grosso e caldo, poi lo guidi verso di te mentre resti seduta sul bordo della scrivania. Entra lentamente, un colpo solo fino in fondo che ti fa inarcare la schiena contro lo specchietto retrovisore appeso alla parete, uno dei tanti ricordi di clienti passati che adesso vi guarda scopare.
Contro L’Auto Sollevata
Marco ti solleva dalla scrivania senza uscire da dentro di te, e ti porta fino all’auto ancora sollevata sul ponte, appoggiandoti con la schiena contro il fianco della carrozzeria fredda. Continua a muoversi dentro di te con colpi decisi, una mano sotto il tuo culo per sostenerti, l’altra che ti stringe un fianco. I tuoi gemiti rimbombano nel capannone vuoto, mischiati al rumore metallico degli attrezzi che urtate senza accorgervene.
Ti gira di schiena, appoggiandoti le mani sul cofano di un’altra auto in riparazione, e ti prende da dietro con più forza, il ritmo che sale insieme al respiro di entrambi. “Da quando sei entrata la prima volta ci penso ogni sera,” ti dice tra un colpo e l’altro, e le sue parole ti fanno venire di nuovo, stringendolo dentro di te con contrazioni che gli strappano un gemito basso, roco, diverso da tutto quello che ha detto finora.
Accelera ancora, tenendoti ferma per i fianchi, finché non si stacca all’ultimo momento e viene sulla tua schiena, il fiato corto, la fronte appoggiata per un secondo tra le tue scapole. Restate così, immobili, il capannone silenzioso intorno a voi, l’odore di grasso motore mischiato al sudore.
Il Conto Che Non Arriva Mai
Vi rivestite ridendo, lui che cerca di darsi una sistemata alla tuta prima di riaprire la saracinesca, tu che raccogli gli slip caduti sotto la scrivania. “Allora,” ti dice mentre ti riaccompagna all’auto, “la frizione era davvero da controllare, ma direi che il resto non te lo metto in fattura.” Ridi e gli chiedi se questo significa che dovrai rompere l’auto ancora, per rivederlo. Lui ti guarda serio un momento, poi sorride: “Spero sinceramente che la prossima volta trovi una scusa migliore di un guasto.”
Sali in macchina, il motore che parte al primo colpo, sistemato meglio di quanto meritasse per un problema così piccolo. Prima di uscire dal piazzale ti arriva un messaggio sul telefono, lui che ti scrive dalla porta dell’officina mentre ti guarda allontanarti: “Sabato prossimo chiudo presto, se ti va di passare senza bisogno di un guasto vero.” Rispondi con un semplice “vediamo,” ma stai già sorridendo mentre lo scrivi.






